Things now I know about San Francisco (and me)

È ora di scrivere sul mio diario di viaggio le impressioni di questo viaggio.

Per prima cosa è importante dire che è stata dura andar via. Martedì pomeriggio ero seduta su una delle panchine del Pier 39 e mi sono scese un paio di lacrime. Ho dato la colpa al vento, ma il cuore diceva tutt’altro.

Ebbene, la mia esperienza a SF si sta concludendo, sono in volo verso Dublino, precisamente in questo momento sto sorvolando sull’Oceano Atlantico e vi confesso che non vedo l’ora di tornare a casa.

Ma andar via è stato difficile, perché l’unico pensiero che mi veniva in mente era “Non tornerò mai più qui” e via giù con la tristezza.

Quindi, posso affermare con assoluta certezza che SF mi è entrata nel cuore, come mi è capitato con pochi posti visitati finora.

Ora ci sono tante cose nuove che so su SF: anche se siamo in California, questa città ha un microclima tutto suo, non troverete il sole di Beverly Hills, ma un tempo più variabile. A tratti sembrava di essere in Scozia con quelle giornate tipiche da quattro stagioni, just in one day.

Ora so che a San Francisco quando c’è il sole fa molto caldo e quando c’è vento fa molto freddo, da battere i denti.

Ho scoperto, e questo credo che riguardi tutti gli Stati Uniti, non solo SF, che la povertà è ad ogni angolo e la trovi “indisturbata” sui gradini dei negozi di lusso. È una povertà che non interferisce con la vita dei turisti o con quella dei cittadini, indaffarati nelle normali attività quotidiane.

Ho scoperto che gli Americani a San Francisco non esistono: irlandesi, italiani, cinesi, filippini, australiani, canadesi, francesi, coreani, messicani e giapponesi. Tutti che parlano questo global english a tratti meraviglioso, a tratti incomprensibile. Ma nessuno d loro è nativo degli Stati Uniti. Ho scoperto anche che le indicazioni sono in inglese e in spagnolo. E questa cosa mi ha affascinata un sacco.

Ho potuto testare la mia resistenza alle salite. Non molto alta all’inizio, ma sono andata migliorando col passare dei giorni.

Mi sono innamorata perdutamente di una piazza, di un bistrot, di un molo e di un ponte che, per la cronaca, non è il GGBridge.

Ho incontrato gente molto gentile, che ci sa fare con l’ospite e ho conosciuto persone meravigliose che abitano dall’altra parte del mondo rispetto a casa mia. E quindi no, non capita di sentirsi soli quando si viaggia in solitaria. Capita di avere nostalgia di casa, ma non ci si annoia praticamente mai.

Ho scoperto, inoltre, che i ponti spettacolari a SF sono almeno due, uno storico e uno più moderno, ciascuno con il proprio fascino.

Ho ritrovato un abbraccio profondo a SF, scoprendo con immenso piacere che può anche essere un po’ casa, nonostante i 13000 chilometri di distanza, metro più, metro meno.

Ora so molte più cose su di me. Spirito di adattamento nel dormire con ragazze diverse ogni sera. So cavarmela e riesco anche a non perdermi. So di amarmi di più. E ahimè, so di amare di nuovo. E so che non voglio smettere di farlo.

Ho imparato che il viaggio è uno stile di vita, una forma mentale più che un atto di spostamento vero e proprio. E so che voglio farlo il più spesso possibile.

Alcune sono state scoperte. Altre sono state conferme.

Resta il fatto che “ringrazio” San Francisco per le emozioni regalatemi e ringrazio me stessa per l’ottima scelta fatta. Adesso mi sento pronta a scoprire altre terre lontane.

In questi giorni, magari vi racconterò cos’altro ho visto, cosa ho amato e cosa mi è piaciuto meno.

Al prossimo racconto!

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